In evidenza: l’Italia è terzultima in Europa per uso dell’IA generativa tra i 16-19enni — 51,9% contro il 66,4% della media UE — e solo 40,7% degli edifici scolastici statali ha un laboratorio informatico.


Ricerca e dati italiani

Con i Bambini-Openpolis: il ritardo italiano sull’IA ricalca la mappa della povertà educativa

L’osservatorio Con i Bambini-Openpolis ha pubblicato l’8 settembre il dossier Intelligenza artificiale e povertà educativa, una sfida urgente, ripreso il giorno dopo dall’agenzia SIR. La tesi è che il divario sull’IA in Italia non sia un problema di eccesso di tecnologia ma di accesso diseguale, e che segua le stesse faglie territoriali della povertà educativa.

I numeri. Tra i 16-19enni italiani solo il 51,9% ha usato strumenti di IA generativa nei tre mesi precedenti la rilevazione, contro una media europea del 66,4%: è il terzultimo posto nell’Unione, lontanissimo da Estonia (89,3%), Grecia (85,1%) e Danimarca (83,1%). Anche l’uso per lo studio è sotto media: 41,1% di chi la usa, contro 50,5% in UE. Il dato che pesa di più non è però la quota di non utilizzatori, ma la ragione: l’8,6% di chi non la usa dichiara di non saper come fare, sopra la media europea del 7,3%. È un deficit di competenze di base, non una scelta.

Sul versante delle strutture, solo il 40,7% degli edifici scolastici statali dispone di un laboratorio informatico; nei comuni ultraperiferici si scende al 33,8%, mentre nei centri urbani si supera il 44%. La forbice regionale è ampia: 60% in Toscana contro 25,4% nel Lazio. Marco Rossi-Doria, presidente di Con i Bambini, ha avvertito che in queste condizioni l’IA rischia di diventare un moltiplicatore di disuguaglianze.

Per una secondaria di primo grado la lettura utile è che il regolamento d’istituto e la formazione dei docenti non bastano se manca l’infrastruttura: la stessa policy applicata in due scuole con dotazioni diverse produce esiti opposti.

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Ricerca e dati internazionali

PISA, seconda lettura: non è quanto si usa l’IA, è per fare cosa

Nei giorni successivi alla pubblicazione dei dati PISA 2025 — di cui ha riferito l’edizione del 12 settembre — sono usciti approfondimenti che precisano il legame tra uso dell’IA e risultati, e il quadro è più articolato del titolo “chi usa l’IA va peggio”. Bloomberg e altre testate hanno ripreso il 14 settembre la disaggregazione per tipo di utilizzo.

Il dato più citato riguarda un uso specifico: gli studenti che non usano mai l’IA per redigere bozze di elaborati scritti ottengono 509 in scienze, contro 481 di chi la usa quotidianamente per quello scopo. I 28 punti di scarto, corretti per lo status socioeconomico, valgono circa un anno e mezzo di scolarizzazione. Ma l’inversione compare quando cambia la finalità dichiarata: tra chi usa l’IA “per aiutarmi a imparare”, gli utilizzatori settimanali superano tutti gli altri, compresi quelli che non la usano mai. E tra chi la usa ogni giorno, chi viene regolarmente sollecitato a valutare le informazioni generate dall’IA ottiene 13 punti in più.

Vale la cautela già segnalata: sono correlazioni su dati autodichiarati, non nessi causali, e la direzione potrebbe essere inversa — chi è già in difficoltà può ricorrere di più alla delega. Ma l’accostamento con il dossier Openpolis qui sopra è istruttivo: i due risultati non si contraddicono, perché misurano cose diverse. Il primo dice che l’IA usata come sostituto del compito costa apprendimento; il secondo che non saperla usare affatto è a sua volta uno svantaggio. La variabile che li riconcilia è la stessa in entrambi — che la scuola insegni a interrogare gli output invece di riceverli.

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Normativa e policy internazionale

Florida: notifica alle famiglie e diritto di opt-out per ogni strumento di IA adottato

Il 16 settembre, riunito al Polk State College di Winter Haven, il Board of Education della Florida ha portato al voto una regola che interviene sull’uso dell’IA nelle scuole pubbliche del primo e secondo ciclo. L’impianto non è proibizionista come le moratorie di New York e Los Angeles: sposta il baricentro sull’informazione e sulla scelta delle famiglie.

I distretti scolastici e i consigli delle charter school dovrebbero integrare l’IA nella propria politica di sicurezza in rete e, ogni volta che approvano uno strumento di IA per la didattica, notificarlo ai genitori indicando nome della piattaforma, classi coinvolte e natura dell’interazione richiesta agli studenti, con la possibilità per le famiglie di escludere il proprio figlio. Per le classi PreK-5 è prevista una revisione aggiuntiva prima dell’approvazione, e nessuno strumento potrebbe essere impiegato per rispondere a bisogni sociali o emotivi degli alunni né adottare design antropomorfi che simulino una relazione. L’adozione da parte dei consigli scolastici è attesa entro il 1° luglio 2027. Nella stessa seduta era prevista una regola parallela per le 28 istituzioni del Florida College System, tenute a dotarsi di politiche su integrità accademica, compiti e valutazione.

Due elementi meritano attenzione anche da qui. Il primo è il divieto esplicito di strumenti che simulino una relazione affettiva con i più piccoli, che intercetta il fenomeno del chatbot usato come confidente già emerso nell’indagine INDIRE. Il secondo è il meccanismo di opt-out per singolo strumento, che nel quadro italiano ha un equivalente possibile nell’informativa alle famiglie prevista dal regolamento d’istituto.

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Sintesi redazionali a cura di Antonio Scaramuzzino. Per il contenuto completo consultare sempre le fonti originali.