In evidenza: il Consiglio d’Europa adotta una raccomandazione sull’alfabetizzazione all’IA rivolta ai 46 Stati membri — 22 principi guida e 7 raccomandazioni operative che mettono la scuola al centro della risposta europea all’intelligenza artificiale.


Framework internazionali

Consiglio d’Europa: l’alfabetizzazione all’IA diventa una raccomandazione ai 46 Stati

Il 4 settembre, riunito a Monaco di Baviera, il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha adottato una raccomandazione che mette l’istruzione al centro della risposta europea all’intelligenza artificiale. È il testo che dà attuazione all’articolo 20 della Convenzione quadro sull’IA, i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto — la convenzione del 2024, da non confondere con l’AI Act dell’Unione Europea — e si rivolge ai 46 Stati membri.

L’impianto è fatto di 22 principi guida organizzati in quattro aree — comprensione di base dell’IA, diritti umani e dignità, democrazia e stato di diritto, azione sociale e pensiero critico — e di 7 raccomandazioni operative che toccano governance, curricoli, insegnamento, formazione in servizio, istruzione superiore e sensibilizzazione pubblica. La definizione di alfabetizzazione che il testo adotta è più larga di quella strumentale: non basta sapere come funzionano gli strumenti, occorre capire che effetti l’IA produce sulla società. I destinatari non sono solo gli studenti, ma anche docenti, genitori, lavoratori e cittadini di ogni età.

Le letture italiane del documento insistono su tre dimensioni: umana (implicazioni etiche, sociopolitiche e personali), tecnica (come funzionano i sistemi, da quali dati dipendono, quali limiti di progettazione hanno) e pratica (uso reale degli strumenti, con benefici e rischi). Il testo ribadisce inoltre che l’IA non «pensa» né «ragiona» come una persona, e chiede che l’integrazione avvenga dentro le discipline — area STEM, educazione ai media, educazione civica — invece che come insegnamento isolato.

Per una secondaria di primo grado è il riferimento che mancava accanto ai framework di competenze: non dice quali strumenti usare, dice quali capacità di comprensione vanno costruite, e le colloca nell’educazione civica più che nell’informatica.

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UNESCO: consultazione aperta sulla governance dell’IA, contributi entro il 15 ottobre

Il 10 settembre, subito dopo la Digital Learning Week di cui ha riferito l’edizione del 12 settembre, l’UNESCO ha aperto una consultazione globale sulla governance dell’IA nei sistemi educativi. Non è un documento chiuso ma un cantiere: la consultazione corre da settembre a novembre 2026, i commenti si inviano a aied@unesco.org entro il 15 ottobre 2026, e i policy brief che ne deriveranno saranno pubblicati alla Digital Learning Week del 2027.

Il documento di discussione posto alla base — Sustaining education as a common good in the age of AI: The case for deliberative governance — parte dall’istruzione come bene comune e individua sei spostamenti che si producono quando gli strumenti di IA si diffondono senza governo. I nodi in consultazione sono gli stessi già emersi nei policy brief di settembre: sovranità digitale delle infrastrutture, adeguatezza all’età, sicurezza di chi apprende, acquisto dei sistemi come leva di governance, costo totale di possesso, trasparenza e spiegabilità degli algoritmi.

La consultazione è aperta a esperti, accademici, funzionari pubblici e altri portatori di interesse: un collegio docenti o una rete di scuole che abbia già scritto il proprio regolamento d’istituto ha materiale concreto da portare, ed è una delle poche occasioni in cui l’esperienza di chi sta in aula può entrare in un testo internazionale prima che sia scritto.

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Politiche e scelte di sistema

Chicago: metà dei candidati al consiglio scolastico firma per tre anni di stop all’IA

Dopo New York e Los Angeles, di cui ha riferito l’edizione del 4 settembre, la spinta restrittiva statunitense arriva a Chicago. Il 10 settembre WBEZ e il Chicago Sun-Times hanno dato conto di un impegno sottoscritto da 24 candidati — circa la metà di quelli in corsa — al consiglio scolastico cittadino: una moratoria di tre anni sull’uso dell’intelligenza artificiale da parte di studenti e personale delle Chicago Public Schools. Tra i firmatari ci sono i 15 candidati sostenuti dal sindacato degli insegnanti cittadino.

L’impegno non riguarda solo l’IA. Chiede di eliminare il tempo-schermo prima della terza elementare e di limitarlo nelle classi successive, di assumere un responsabile della privacy di distretto e di vietare la raccolta di dati biometrici degli studenti, incluse le registrazioni vocali catturate dai software per l’apprendimento della lettura. A promuoverlo è Illinois Families for Public Schools, un’organizzazione di genitori guidata da Cassie Creswell, secondo cui oggi i rischi dell’IA superano i benefici. Il contesto è elettorale: è la prima tornata in cui tutti e 21 i membri del consiglio vengono eletti direttamente dai cittadini. Non mancano le voci contrarie, dentro e fuori il distretto, per cui un divieto totale impedirebbe di insegnare agli studenti un uso responsabile della tecnologia.

Il quadro più ampio lo aveva tracciato Stateline l’8 settembre: distretti in Colorado, Kansas, Minnesota, Texas e Washington hanno bloccato o limitato strumenti come ChatGPT, alcuni ammettendo solo piattaforme approvate e sotto supervisione del docente.

Va letto per quello che è — una piattaforma elettorale, non un provvedimento — ma segnala che negli Stati Uniti la questione IA a scuola è diventata materia di consenso politico locale, con privacy e dati biometrici accanto al tema didattico. In Italia la traiettoria è opposta: non moratoria ma regolamento d’istituto obbligatorio.

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Didattica e strumenti

Venti strumenti di IA passati in rassegna in sedici sistemi scolastici

Il 14 settembre Education Week ha dato conto dell’AI Learning Tour, il progetto della non profit Instruction Partners guidata da Emily Freitag: 20 strumenti di IA osservati sul campo in 16 sistemi scolastici, con 16 schede di prodotto pubblicate. Ogni scheda raccoglie il riscontro di chi li usa, esamina le capacità didattiche dello strumento e censisce le evidenze di efficacia disponibili.

Gli strumenti sono ordinati in tre famiglie: i chatbot generalisti (ChatGPT, Claude, Gemini), gli strumenti educativi multifunzione (MagicSchool, le funzioni IA di Google Classroom) e gli strumenti a scopo singolo costruiti per un compito preciso, come il software di esercitazione alla lettura Amira Learning. La distinzione non è di comodo: è proprio lungo questa linea che passa il risultato principale.

I chatbot generalisti sono quelli che hanno destato più preoccupazione. I docenti hanno osservato studenti usarli per sottrarsi al lavoro che richiede sforzo cognitivo — non un problema di correttezza delle risposte, ma di scorciatoia sul processo. Gli strumenti costruiti apposta per un compito didattico si sono invece rivelati più promettenti, in particolare dove restituiscono feedback rapido sulla scrittura, diagnosticano competenze fonologiche, individuano misconcezioni in matematica o analizzano il ragionamento degli studenti. La conclusione, però, vale per tutti: nessuno dei prodotti esaminati è in grado di reggere da solo il lavoro pedagogico dell’insegnare, e tutti richiedono la supervisione del docente.

Due indicazioni utili anche in Italia: la valutazione della qualità didattica di uno strumento è cosa diversa dalla verifica sulla protezione dei dati, e servono entrambe; e i criteri di scelta non possono essere gli stessi per un chatbot generalista e per un software mirato a una singola abilità.

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Etica e dibattito pubblico

«L’IA per gli alunni resti fuori dalla scuola»: una posizione asimmetrica

Nel giorno di apertura dell’anno scolastico, il 15 settembre, Orizzonte Scuola ha pubblicato una lettera di Eugenio Tipaldi che merita attenzione non per la tesi in sé ma per la forma che le dà. La proposta è asimmetrica: l’IA resti fuori dalla portata degli alunni, mentre ai docenti è riconosciuto un uso legittimo per preparare le lezioni, costruire materiali su misura e personalizzare le strategie di apprendimento.

Gli argomenti sono quelli ricorrenti del dibattito — la delega del lavoro cognitivo, le traduzioni e le analisi copiate senza comprensione, i compiti a casa che perdono senso quando li svolge un sistema — con in più l’immagine della scuola come «oasi» della società, luogo di relazione personale e di lavoro scritto a mano. Sullo sfondo, la critica alla pressione dell’industria tecnologica e a una digitalizzazione percepita come imposta.

Vale la pena registrarla perché è la posizione che un collegio docenti incontra davvero quando discute il regolamento d’istituto, ed è anche la più difficile da tenere in piedi alla prova dei dati: l’indagine INDIRE citata nell’edizione del 12 settembre dice che il 94% degli studenti già usa l’IA, e le restrizioni statunitensi che questa edizione riporta riguardano l’uso dentro la scuola, non fuori. Il divieto ai soli alunni sposta il problema, non lo chiude.

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Sintesi redazionali a cura di Antonio Scaramuzzino. Per il contenuto completo consultare sempre le fonti originali.